Esperienze ad un liceo

 Il magistrato Jacqueline Monica Magi in dialogo con gli studenti delle quinte con il liceo artistico U. Brunelleschi di Montemurlo (Po)

di Michela Cinquilli

Sabato 14 marzo a partire dalle ore 8 il magistrato penale del Tribunale di Pistoia, Jacqueline Monica Magi ha tenuto una letio magistralis agli studenti delle classi quinte del Liceo Artistico U. Brunelleschi di Montemurlo, proprio per aiutare i riflettere i giovani sugli 80 anni dal Suffragio universale e molte le tematiche affrontate in ottica di concretezza.

La conquista dei diritti delle donne in Italia – afferma Magi – è il risultato di un percorso lungo, complesso e tutt’altro che concluso. Il punto di partenza simbolico di questo cammino è il 1946, anno in cui per la prima volta le donne italiane parteciparono al voto politico. In quell’occasione non si limitarono a scegliere tra monarchia e repubblica nel referendum istituzionale, ma contribuirono anche all’elezione dei 550 membri dell’Assemblea Costituente incaricata di scrivere la nuova Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

Tra i costituenti, tuttavia, solo 21 erano donne. Un numero esiguo, ma composto da figure che avrebbero lasciato un segno profondo nella storia italiana: Teresa Mattei, Nilde Jotti — che nel 1976 divenne la prima donna Presidente della Camera — Lina Merlin, promotrice della legge che abolì le case di tolleranza, e Teresa Noce, partigiana e protagonista della vita politica del dopoguerra. La loro presenza rappresentò un inizio importante, ma non il punto di arrivo della lotta per l’uguaglianza. La Costituzione italiana nasce dal lavoro di una generazione di politici e intellettuali di grande spessore. Viene spesso definita “la Costituzione più bella del mondo” perché riesce a integrare tre grandi tradizioni politiche e culturali del Novecento: quella socialista, quella cattolica e quella liberale. I socialisti portarono l’idea di uno Stato orientato all’uguaglianza sociale; i cattolici sottolinearono la centralità e l’inviolabilità della persona; i liberali difesero la libertà individuale e il limite dell’intervento statale.

Dall’incontro di queste visioni nacque il modello di democrazia sociale, cioè uno Stato che non si limita a garantire libertà formali, ma si impegna a ridurre le disuguaglianze attraverso servizi e diritti sociali. Esempi di questo equilibrio sono la sanità pubblica e il sistema scolastico. Tuttavia, negli ultimi decenni questi pilastri del welfare hanno subito un progressivo indebolimento – come sostiene il magistrato. La sanità pubblica, pur rimanendo formalmente universale, è sempre più affiancata da servizi privati a causa dei lunghi tempi di attesa. Analogamente, servizi fondamentali per la conciliazione tra lavoro e famiglia, come gli asili nido, restano insufficienti e costosi, rendendo più difficile per molte donne partecipare pienamente al mondo del lavoro.

La Costituzione italiana è una Costituzione rigida, cioè modificabile solo attraverso una procedura complessa che richiede maggioranze qualificate in Parlamento. Se queste maggioranze non raggiungono i due terzi, i cittadini possono chiedere un referendum costituzionale per confermare o respingere la modifica. In oltre settant’anni la Costituzione è stata modificata più volte, per adeguarsi ai cambiamenti sociali. Un esempio significativo è la riforma dell’articolo 9, che originariamente tutelava solo il patrimonio artistico e culturale, ma oggi include anche la tutela dell’ambiente, segno di una nuova sensibilità sviluppatasi negli ultimi decenni. Uno dei pilastri della Costituzione è l’articolo 3, che stabilisce che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, lingua, religione o razza. Tuttavia, tra l’uguaglianza formale proclamata dalla Costituzione e quella sostanziale nella vita quotidiana è trascorso un lungo periodo. In Italia, infatti, l’incostituzionalità di una legge può essere sollevata solo dal Presidente della Repubblica al momento della promulgazione oppure dai giudici durante un processo.

Se la Corte costituzionale accoglie la questione, la norma viene cancellata dall’ordinamento come se non fosse mai esistita.Uno dei problemi della storia legislativa italiana è la lentezza nell’aggiornare le leggi rispetto ai principi costituzionali. Il codice penale, ad esempio, risale al 1930, in piena epoca fascista. Anche il codice civile e quello di procedura civile sono del 1942. Solo nel 1989 è stato riformato il codice di procedura penale, introducendo un sistema accusatorio in cui accusa e difesa si confrontano davanti a un giudice terzo. Questo ritardo legislativo ha influenzato anche l’evoluzione dei diritti delle donne. Nonostante la Costituzione garantisse la parità nell’accesso alle cariche pubbliche, la realtà fu diversa per molti anni.

Le donne entrarono in magistratura solo nel 1963, e la prima magistrata prese servizio nel 1967. Oggi la situazione è cambiata radicalmente: circa il 56% dei magistrati è donna, grazie soprattutto al fatto che nei concorsi pubblici le candidate risultano spesso più numerose e preparate. Situazioni analoghe si sono verificate in altri settori: le donne sono entrate pienamente nella polizia solo nel 1981 e nelle forze armate nel 2000, rendendo l’Italia uno degli ultimi Paesi europei a consentire la presenza femminile nell’esercito.

Tra le tappe fondamentali dell’emancipazione femminile ci sono alcune riforme legislative cruciali:

  • 1970: introduzione del divorzio, confermata dal referendum del 1974.
  • 1975: riforma del diritto di famiglia, che stabilisce finalmente la parità tra marito e moglie.
  • 1996: riforma dei reati sessuali, che trasforma la violenza sessuale in un reato contro la persona e non più contro la morale pubblica.

Prima del 1975, ad esempio, i figli erano considerati automaticamente del marito e solo lui poteva contestare la paternità. Questo sistema produceva situazioni assurde e ingiuste per molte donne. Particolarmente lunga e difficile è stata la battaglia per il riconoscimento della violenza sessuale come reato contro la persona. Nel codice penale fascista era definita “violenza carnale” e rientrava nei reati contro la morale pubblica e il buon costume. Negli anni Settanta, casi giudiziari drammatici e l’impegno del movimento femminista portarono alla luce l’inadeguatezza di questa impostazione. Nei processi dell’epoca le vittime erano spesso sottoposte a interrogatori umilianti, in cui si mettevano in discussione il loro comportamento, l’abbigliamento o addirittura dettagli intimi dell’aggressione. Solo nel 1996 la legge cambiò radicalmente: la violenza sessuale fu definita come qualsiasi atto sessuale compiuto con violenza, minaccia o abuso di potere, e inserita tra i reati contro la persona.

Nonostante i progressi compiuti, la piena uguaglianza tra uomini e donne non è ancora una realtà completa. Le leggi sono cambiate, ma la cultura, le prassi sociali e alcuni meccanismi istituzionali continuano a produrre disuguaglianze. Il percorso iniziato nel 1946, dunque, non può considerarsi concluso. È un processo in continua evoluzione che richiede impegno civile, consapevolezza storica e partecipazione democratica. La Costituzione ha posto le basi per l’uguaglianza. Sta alle generazioni successive trasformare quei principi in una realtà concreta nella vita quotidiana.

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