In Italia si muore ancora di lavoro

 nel 2026 si muore ancora di lavoro

Di Jacqueline Monica Magi

 

Siamo nel 2026, di morti sul lavoro se ne parla dal secolo scorso e da ottanta anni abbiamo una Costituzione che prevederebbe una democrazia sociale. Nonostante ciò ancora si muore sul lavoro e di lavoro e l’Italia presenta una statistica di morti sul lavoro fra le più alte d’Europa. A fronte di una media europea di 1,77 morti sul lavoro ogni 100.000 lavoratori in Italia la media è di 2,25 morti sul lavoro ogni 100.000 lavoratori. Medie peggiori delle nostre le hanno la Romania, il Lussemburgo, la Francia, la Lettonia, la Lituania, la Bulgaria e la Croazia. Vi sono però molti stati sotto la media europea di morti sul lavoro come Malta, la Slovenia, la Polonia, la Danimarca e la Svezia, la Finlandia, la Grecia, Germania e Olanda.

Nel 2024 in Italia le morti sul lavoro sono aumentate del 4.7% rispetto al 2023, con rischio particolarmente alto per i lavoratori stranieri e gli ultrasessantacinquenni. Su questi dati incidono fortemente le nuove povertà di cui parlavamo nel numero scorso e lo smantellamento fatto dello Stato sociale. Il settore più a rischio è quello delle costruzioni, seguito dal settore dei trasporti, la manifattura e il commercio.

Fra le principali cause di morte quelle fisiche e ambientali come cadute, incidenti stradali, movimenti ripetitivi, sollevamenti manuali di carichi, vibrazioni e rumore. In questi settori vanno aggiunte le malattie professionali al numero delle morti sul lavoro, tenendo conto che nei confronti di alcune malattie come quelle da vibrazioni e rumore non ci sono mezzi di contrasto efficaci. Vanno poi considerate le esposizioni a sostanze pericolose e non ultimi i fattori organizzativi e psicosociali, lo stress, i turni di lavoro, la cattiva organizzazione, le condizioni psicologiche avverse.

Quella che da sempre manca in Italia è una reale cultura della salute nei luoghi di lavoro, intendendo la parola salute in senso più ampio, cioè sia fisica che psicologica e di qualità della vita ma manca anche una reale cultura imprenditoriale poiché l’imprenditoria italiana, dove prevale la piccola media impresa, nasce e si sviluppa in modo spontaneo, direi autoctono senza avere alle spalle una cultura economica imprenditoriale. Segue alla mancanza di cultura imprenditoriale la mancanza di cultura della sicurezza sul lavoro, argomento che viene visto dagli imprenditori come una perdita economica. La preparazione delle maestranze ad esempio, il fare conoscere i macchinari agli operai che li devono usare è un uso ancora poco diffuso, nonostante la scarsa conoscenza del ciclo produttivo e dei macchinari causi ancora molti incidenti sul lavoro. Viene probabilmente visto come inutile perdita di tempo ed invece sarebbe un vantaggio sia per la produzione, che ne godrebbe in qualità e quantità, che per la salute dei lavoratori. Un’amica americana controllore di produzione tempo fa in una azienda tessile vide un lavoratore incaricato di stendere le pelli che dovevano entrare in un macchinario farlo male e con grave rischio per i suoi arti e le fu spiegato che nessuno aveva insegnato a quel lavoratore come fare il lavoro. Lei si mise a spiegarglielo, dimostrando che dopo il lavoratore lavorava meglio, più velocemente e con più sicurezza!

Occorre considerare anche un altro aspetto, a proposito del benessere psicologico dei lavoratori. Da poco si è posta attenzione alla salute psicologica e da poco si è compresa la valenza della violenza psicologica che spesso regna in molti campi di lavoro.

Devono qui segnalarsi alcune isole felici di buone prassi come alcune aziende che guardano al benessere dei lavoratori dotandosi di spazi ricreativi, palestre, cucine e luoghi di riposo e che conducono l’azienda in un clima di cooperazione che giova alla produzione e alla salute dei lavoratori.

Tendenzialmente si preferisce rischiare che investire sulla sicurezza, spesso sottostimata dai lavoratori stessi. Vi porto un esempio. Entrata in vigore la normativa sull’obbligo del documento valutazione rischi, che fatto bene richiede un lungo e minuzioso lavoro di analisi del ciclo lavorativo con dispendio di tempo e denaro, sorsero agenzie che lo fornivano a prezzi stracciati e fatti con crocette su un ciclostile, documenti assolutamente non adatti a prevenire infortuni. Infatti mi capitarono parecchi casi di infortuni anche mortali in aziende che avevano documenti di valutazione rischi siffatti e assolutamente inefficaci. Questo vuol dire che l’attenzione legislativa non basta, le leggi ci sono ma vengono aggirate. La cultura della sicurezza manca negli stessi organi pubblici, mi sono trovata parecchi casi in cui l’INAIL non sapeva calcolare l’effettivo rischio che correvano i lavoratori di una azienda, non riusciva a calcolare la classe di rischio dell’azienda su cui poi adeguare i premi assicurativi da pagare.

In questo quadro desolante la magistratura cerca di contribuire ad una maggiore attenzione al fenomeno, dando rilevanza agli infortuni sul lavoro.

Occorre però andare alla base del motivo per cui tanto manca la cultura della sicurezza e qui si tocca il sistema di valori di una società. La nostra società ha un sistema di valori che mette al centro il profitto non la persona. Karl Marx giustamente diceva che la società capitalista ha barattato la dignità umana per il profitto ed allora in nome del profitto si risparmia sulla formazione del personale, sulla sostenibilità dei turni, sull’etica del lavoro. Per il profitto si tengono i lavoratori stranieri come schiavi. In Olanda la magistratura ha concluso che le donne provenienti dai paesi asiatici impegnate nella coltivazione dei fiori che ricevono uno stipendio minimo che gli basta appena per pagarsi vitto e alloggio, obbligatoriamente da pagare al padrone dell’azienda da cui non possono uscire non avendone i mezzi culturali ed economici, sono donne da considerarsi ridotte in schiavitù. Tali situazioni esistono anche in Italia ma per ora non paiono attirare l’attenzione.

Tali situazioni dimostrano come la persona non conti più nulla in una scala di valori rovesciata. Del resto se vi fosse un valore della persona vi sarebbe anche un interesse economico alla sua salute, perché un cittadino malato costa allo Stato più di un cittadino sano, se lo Stato è sociale, ma dove le persone sono solo un fattore produttivo non esiste nemmeno lo Stato sociale.

Occorre cambiare la scala dei valori e mettere la persona al centro e la sua sicurezza ed il suo benessere come obiettivi prioritari. La nostra Costituzione apre dicendo che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro ma non su un lavoro che fa morire ma su un lavoro che rende dignità e salute.

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