80 anni del voto alle donne
Ottanta anni del voto alle donne
!946-2026
Sono passati ottanta anni dal primo voto alle donne.
La lunga marcia delle donne verso la parità con l’uomo segnò ottanta anni fa un momento importante: la conquista del diritto di voto. Fu solo una tappa di un cammino che ancora continua e non è concluso.
Per cominciare parliamo di parità e non di eguaglianza, perché le donne non sono uguali agli uomini, hanno la loro specificità e la vogliono conservare, anche perché è una ricchezza da difendere e che può portare fondamentali cambiamenti sociali. Si deve aspirare ad una parità sociale e giuridica che è ancora lontana.
Il diritto di voto alle donne in Italia fu concesso con Decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 01 febbraio 1945, su proposta di personaggi come Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi, durante il governo Bonomi.
La prima volta che le donne votarono fu alle elezioni amministrative del marzo 1946 e subito dopo al referendum istituzionale del 02 giugno 1946. Solo con decreto del 10 marzo 1946 fu confermata l’eleggibilità femminile alla Assemblea Costituente.
E’ stato giustamente detto che in Italia è stato concesso il voto prima agli uomini analfabeti che alle donne laureate.
Inutile dire che in altri paesi europei le donne già votavano, in Finlandia addirittura dal 1906. Occorre però ricordare che ad oggi ci sono ancora Stati che non concedono il voto alle donne, come il molto vicino a noi Stato Vaticano, il Brunei, e Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Libano e Qatar dove hanno limitazioni di voto e votano dal 2015 o dal 2023.
Le donne si erano già in precedenza rese protagoniste della scena politica con la partecipazione alle brigate partigiane e alla Resistenza. Personaggi come Teresa Noce, nome di battaglia Stella, Nilde Iotti, Lina Merlin avevano fatto la resistenza e poi furono elette all’Assemblea Costituente. Su 556 membri dell’Assemblea Costituente vi erano solo 21 donne, ma dettero un contributo fondamentale come il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione dove recita che la Repubblica deve rimuovere gli ostacoli che limitano DI FATTO la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, quel di fatto è dovuto a Teresa Mattei.
Con l’art. 3 della Costituzione si sancisce l’uguaglianza fra uomini e donne e seguono altri articoli che la sanciscono, ma nella pratica il cammino è stato lungo.
Solo dal 1963 ( con la legge n.66 del 9 febbraio 1963) le donne hanno avuto accesso alla magistratura e la prima donna magistrato fu nel 1964 Letizia de Martino. La prima Presidente di sezione della Suprema Corte di Cassazione fu Gabriella Luccioli nel 2008! Si perché nonostante l’ingresso in magistratura ci sono voluti 45 anni per accedere ad un direttivo. Attualmente le donne in magistratura sono il 57% dei magistrati, hanno superato il numero dei colleghi maschi perché i concorsi sono vinti all’80% da donne negli ultimi anni ma poche ancora le donne ai vertici della magistratura, le donne che ricoprono incarichi direttivi e semidirettivi sono infatti il 34%. Voglio ricordare la prima donnaPrimo Presidente della Corte di Cassazione, la fiorentina Margherita Cassano, divenuta Presidente il 06 marzo 2023. Viene spontanea una osservazione: dove si procede per concorso, cioè per merito, e non per elezione, con conseguente scelta dei partiti, le donne sono la maggioranza!
Ma vediamo altri passi: solo nel 1970 in Italia si legittima il divorzio e è del 1975 il nuovo diritto di famiglia, che annulla norme discriminanti come la patria potestà, sostituita dalla potestà genitoriale ed ora dalla responsabilità genitoriale.
Le donne devono aspettare il 1978 per avere il diritto di abortire in ospedale.
Solo nel 1981 ( L. 121 del 01 aprile 1981) le donne entrano in Polizia, perché fino ad allora esisteva solo il Corpo di Polizia femminile ( dal 1961) che si occupava solo di prostituzione e minori. Solo nel 1981 la legge integra le donne a pieno titolo in tutti i ruoli.
Per entrare nell’esercito e nei Carabinieri le donne devono aspettare il 2000, con la L.380/99, ultimo paese Nato ad ammettere le donne nell’esercito. Senza entrare nelle polemiche sulla opportunità di avere esercito e armamenti l’elemento che si sottolinea è il principio astratto di parità che chiede l’accesso delle donne in tutti i campi sociali.
Per quanto riguarda la violenza sulle donne l’argomento, complesso e discusso dal 1975 ad oggi, merita un approfondimento su cui fare un intero articolo. Una cosa va sottolineata qui: si parla di allarme femminicidi ma ci si scorda che fino al 1981 era in vigore la norma riguardante l’omicidio d’onore che puniva con pene da tre a sette anni di reclusione chi cagionava la morte del coniuge, della figlia o della sorella alla scoperta di una illegittima relazione carnale o nello stato d’ira determinato dall’offesa all’onor suo e della famiglia e l’attenuante si estendeva all’uccisione dell’amante sorpreso in flagranza con tali familiari. Lo stato d’ira era richiesto come immediato e la scoperta in flagrante. Come si vede il femminicidio era legalizzato! Come del resto era in vigore l’uso del matrimonio riparatore che salvava il violentatore dal crimine e che fu rifiutato da Franca Viola, denunciando la cultura patriarcale. Il matrimonio riparatore era una causa speciale di estinzione del reato di violenza sessuale prevista nel codice penale e abolita nel 1981, che estingueva il reato di violenza sessuale per l’autore e i suoi complici anche se la condanna era stata già emessa. Inutile ribadire la barbarie dei due istituti che vedevano la donna come un mero oggetto su cui esercitare un potere.
Del resto solo nel 1958 furono chiuse le Case chiuse, dove legittimamente si esercitava e sfruttava la prostituzione. Ce ne erano 560 in Italia e rappresentano il segno evidente della considerazione della donna come un oggetto. Fu grazie a Lina Merlin, senatrice socialista, partigiana, una delle ventuno donne dell’Assemblea Costituente, che si giunse alla L.75/58 chiamata Legge Merlin, che sancì non solo la chiusura delle case ma anche i reati tuttora in vigore legati allo sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.
La strada da fare è ancora lunga, per esempio nel privato è del tutto inattuato l’art. 37 della Costituzione che recita che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e a parità di lavoro la stessa retribuzione che spettano al lavoratore. Le donne nel privato hanno sempre inquadramenti di lavoro più bassi e stipendi più bassi degli uomini, il famoso “tetto di cristallo”. Non solo l’art. 37 della Costituzione dichiara anche che le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare ed anche qui siamo lontani anni luce dalla realizzazione, se solo si pensa alla penuria di asili e scuole a tempo pieno, al disfacimento dello Stato sociale che ricade principalmente sulla donna, allo scarso impegno dell’uomo nell’attività di cura, all’esistenza, in molte parti d’Italia del patto di non gravidanza, perché il lavoro della donna fertile, che può andare in maternità, costa e i privati non si vogliono assumere questi costi. Non a caso la fascia più ampia di disoccupazione femminile è quella di età fra i 25 e i 45 anni, cioè l’età fertile.
Alla prossima puntata con il tema della violenza…
Jacqueline Monica Magi


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